Welcome Venice

Welcome Venice, di Andrea Segre 2021

 

Commento di Aurora Gentile

 

Il film è stato presentato in anteprima il 1º settembre 2021 alla 78 Edizione del Festival del cinema di Venezia nella selezione ufficiale delle Giornate degli Autori.

 Piero, Alvise e Toni sono tre fratelli eredi di una famiglia di pescatori dell’isola di Giudecca, una delle più povere di Venezia. In apertura sono seduti intorno al tavolo nella casa dove sono cresciuti. Hanno vedute opposte sull’inarrestabile trasformazione che sta cambiando la vita e l’identità della città e quella dei suoi abitanti. L’impatto massiccio del turismo globale ha cambiato il rapporto tra la città e i suoi cittadini, e la pandemia ha reso questa crisi ancora più stridente. Soltanto Piero vive ancora in casa, per un terzo di sua proprietà, e continua a pescare le moeche, i granchi della laguna. La morte di uno dei tre fratelli scatena il dramma tra Alvise che vuole trasformare la casa in un hotel di charme, e Piero che rifiuta di trasferirsi nel continente. Sono solo 10 km. più in là, a Mestre, ma per lui è alla sua vita che deve rinunciare. Nonostante il lavoro duro e la solitudine, Piero, infatti, vorrebbe continuare a pescare, Alvise, al contrario, vede nella loro casa alla Giudecca lo strumento ideale per ripartire tentando di entrare nell’élite del potere immobiliare che governa la città. Scopriamo un mondo antico, non in rovina, ma vivente, animato, risparmiato dalla contaminazione culturale esterna. La presenza dell’antico è dovuta all’esistenza degli abitanti, le loro case e il modo di vita che sembrano appartenere e provenire da un passato che si perpetua senza faglie, senza rotture. Il film è stato girato infatti con la popolazione locale e i pescatori, perchè la pesca di questi granchi, che hanno la particolarità di poter essere mangiati soltanto quando mutano cioè sono in piena trasformazione, è il centro simbolico del film. La moecha (molle) è il granchio in fase di muta, cioè appena perde il carapace, è allora che diventa commestibile ed è una delle prelibatezze della cucina veneziana. E’ un processo naturale della sua crescita, quando il carapace diventa troppo stretto il granchio se lo sfila. Una parola chiave del film è infatti metamorfosi, della città e delle persone. Ma anche traduzione, non a caso gli attori parlano quasi esclusivamente in dialetto, infatti il film è sottotitolato, ed è una, forse, delle sue ambizioni, attraverso quest’uso prevalente, seminare ancora un altro indizio di ciò che sopravvive di una storia che rischia di diventare incomprensibile. Ma un’altra parola chiave del film, è desiderio, perché il fratello che vorrebbe lasciare le cose come stanno, la vecchia bella casa di pescatori e il suo lavoro sui canali, desidera che la sua vita continui così, coi suoi silenzi e le sue solitudini ricche di fantasie.  

Indipendentemente dalla sua riuscita, il film è stato poco visto e la critica è stata talvolta anche negativa, Welcome Venice  propone temi essenziali del nostro presente. In un volumetto del 1996, anni fa, dal titolo Venezia in fumo, Antonio Alberto Semi, aveva già fatto una riflessione sulla mitica città, che per il suo grandioso e terribile destino, (come recita la quarta di copertina), è una sorta di luogo privilegiato, o addirittura un non-luogo, un’utopia concreta i cui si sperimentano, con decenni o secoli di anticipo, soluzioni che poi varranno per l’umanità intera. Adattarsi, trasformarsi, imparare a tradurre, o soccombere, questa la lezione e il monito. La questione è sapere come conservare le tracce, come trasmettere la memoria.

Uno dei personaggi del film, è Tobia, il ragazzino ubbidiente e devoto alla famiglia, che volentieri, addirittura con entusiasmo, segue il nonno sognatore Piero nell’apprendistato nella antica arte della pesca ai granchi, con un occhio agli schei, certo, ai soldi che se ne possono ricavare, ma anche disponibile al gioco e all’invenzione. Appare anche lui “inattuale”, un nipote come possiamo sognarlo e a cui trasmettere un’eredità. Nella storia, la sua figura è  disegnata a piccoli tratti, ma sufficienti per individuare un suo percorso identificatorio. Nella zona delle barene, quei terreni palustri tipici delle lagune, che sono periodicamente sommersi dalle maree, Tobia sulle orme del nonno impara a camminare sulle erbe affioranti, attento a non scivolare nell’acqua.

Per insegnargli, il nonno gli racconta una storia, che aggiunge del meraviglioso all’esperienza, un’esperienza che ha valore, di cui Tobia potrà apprezzare la bellezza, il senso, ricavandone una lezione sul passato.

 Qui non si tratta però, e secondo noi è anche il pregio del film, di difendere un’identità, dei pescatori di granchi, e della Venezia di una volta. Questo ci sembra un elemento molto importante. In un mondo fatto solo di “noi” e “gli altri”, qui non si oppone un vecchio stile di vita ad un altro, un’identità in cambio di un’altra. Perché l’identità è un miraggio, al limite un’ossessione, anche se la precarietà delle scelte provoca sgomento. Vi è una parola, resa celebre da Freud, che ben si adatta a rappresentare il senso profondo della precarietà che accompagna la scelta e dunque ogni forma che ne deriva e ogni definizione di identità che si voglia provare, la parola è disagio. (das Unbehagen). Il disagio nella cultura provoca lo sgretolamento critico delle varie forme di identità, e di conseguenza la chiusura e l’erezione di confini, ma anche, dall’altra, l’apertura e il desiderio di possibilità alternative. Piero alla fine si adatta a trasferirsi per il bene della famiglia, rinuncia dunque ad un arroccamento narcisistico in favore dell’accoglimento delle richieste degli altri, ma non è soltanto una rinuncia, che lo sprofonderebbe nel vuoto della sua perdita. Piero comprende che è questione di muta, che è il momento di cambiare carapace, non per una nuova “identità”, ma per una vita che proseguirà, sulle ali del desiderio, il proprio sogno.  Si Venezia è cambiata, è qualcosa che riguarda una trasformazione antropologica, ancor prima dell’evidenza architettonica e urbanistica. Ma il film si chiude con Piero, senza nostalgia, che con un ultimo guizzo, rovescia il suo pescato, una marea di granchi, nel nuovo appartamentino spersonalizzato organizzato da Alvise per accogliere i turisti al posto dell’antica casa. È lo sberleffo finale e una rivincita dell’infantile sulla morte del desiderio.

20/07/2022

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